Massimo Novelli firma una recensione a tutta pagina su La nostra fede di Piero Gobetti a cura di Giorgio Fontana (collana Gobettiana) su Il Fatto Quotidiano.
Gobetti e la battaglia liberale contro tutti gli indifferenti
“Ognuno bada agli affari propri e tira avanti. La risultante sola è il disastro. Perché la vita dello Stato è vita solo in quanto è concretazione dell’attività di tutti i cittadini coscienti ed operosi”.
Così scriveva Piero Gobetti (Torino, 1901 – Parigi, 1926) in un passo del saggio La nostra fede.
E, qualche riga dopo, aggiungeva: “Con questa passione profonda – che non diventa abitudine, e neppure azione inconsulta, ma resta normalità intensa, conquista progressiva e non intermittente o frammentaria – non si concilia la freddezza e la indifferenza che pervade ed irrigidisce la vita d’oggi. (…) Tutta la vita moderna è estenuata da questa spaventosa anemia. Ma noi ci ribelliamo. Riportiamo a questo punto la distinzione tra moralità e immoralità. Non può essere morale chi è indifferente”.
Di evidente attualità nonostante abbia più di un secolo
Di evidente attualità nonostante abbia più di un secolo, il testo fu pubblicato il 5 maggio 1919 in Energie Nove, la prima rivista fondata dal futuro autore di La rivoluzione liberale. Gobetti non aveva ancora compiuto diciotto anni. La sua “prodigiosa giovinezza”, come dirà Norberto Bobbio, sarebbe stata presto stroncata nell’esilio di Parigi, anche in seguito alle botte ricevute dagli squadristi fascisti. Era stato Mussolini, in un dispaccio al prefetto di Torino, a ordinare di rendere “difficile la vita di questo insulso oppositore di governo e fascismo”.
L’articolo di Energie Nove, finora mai pubblicato in una edizione libraria autonoma, esce in un volumetto di Aras Edizioni ( La nostra fede, pagg. 64, euro 10), curato da Giorgio Fontana e per iniziativa del Centro Studi Piero Gobetti di Torino. Si vuole in tal modo ricordare il sessantesimo anniversario della fondazione del Centro studi, ospitato nelle casa che fu di Piero e della moglie Ada Prospero (di cui scrive Pietro Polito nel libro), avvenuta il 16 marzo del 1961. La ricorrenza coincide poi con i 120 anni della nascita di Gobetti.
Perché ancora Gobetti, a quasi cento anni dalla morte?
Perché ancora Gobetti, a quasi cento anni dalla morte? E, soprattutto, perché oggi? Una risposta l’aveva data Bobbio nel 1986, asserendo che “l’interesse per il giovane ideatore e propugnatore di una immaginaria rivoluzione italiana, che non è stata in nessun luogo e non sarà in nessun tempo, non si è affievolito”. Non è caduto perché restano ancora, irrisolti o dimenticati nello squallore della politica dei nostri giorni, i problemi posti dal giovane intellettuale torinese. E rimangono la sua lezione etica, il richiamo a una lotta politica fatta da ideali e concretezza, la denuncia della immoralità dell’indifferenza. Una denuncia, peraltro, che Antonio Gramsci (1891-1937), anche lui dalla prodigiosa giovinezza, che con Gobetti intrecciò un rapporto fecondo, nel febbraio del 1917, su La città f u t u ra , aveva espresso nell’o rmai famoso Odio gli indifferenti.
Molti dei problemi che affronta non sono invecchiati
Scrive opportunamente Fontana nell’introduzione del libro: “Più di cento anni ci separano da La nostra fede, eppure molti dei problemi che affronta non sono invecchiati: segno di un ‘ gio litt ismo’ perenne, di un’incapacità tutta italiana di divenire realmente moderni? Inutile cercare una risposta, meglio concentrarsi sul fatto compiuto: perché se c’è un’ovvietà – ma ahimé quanto vera – riguardo la politica odierna è la sua assenza di lungimiranza, il suo spregio per il lavoro lento e paziente”. E prosegue: “La crisi aperta dalla pandemia (e ancor prima dal riscaldamento globale) l’ha certificato: soluzioni miopi, incapacità di gestire fino in fondo scelte impegnative, più in generale un deficit di coraggio e concretezza insieme. E dall’altro lato una parte di cittadinanza per cui il contratto politico si esaurisce nel gesto della lamentela, o quando capita del voto”.
A chi volesse adesso dare un senso nobile alla politica, poi, è sempre Gobetti a consegnare un programma di azione liberale. Quando scrive: “Mamentre distruggiamo un mondo di pregiudizi e di deficienze costruiamo con ardore e pazienza il mondo della concretezza. Sostituiamo agli ultimi resti della verità rivelata la verità che si conquista giorno per giorno col lavoro di ciascuno. Alle astrazioni generiche l’esame accurato, senza preconcetti del piccolo e del grande problema che sorge. Soltanto con questo trovare le soluzioni e sistemarle si fa della politica”.

Leggi tutta la recensione anche qui