‘La società pandemica’ anteprima del libro su Le parole e le cose

In anteprima su Le parole e le cose un estratto da libro La società pandemica di Agostino Cera, prossimamente nella collana Le noci – idee e società.

Qui sotto l’articolo intero, qui il link al sito.

L’idioverso ovvero della post-realtà. Genesi di un’ontologia a-sociale

di Agostino Cera

.

Ispirate dalla “quasi presa di Capitol Hill” dello scorso gennaio, della quale ricorre in questi giorni il primo anniversario, le presenti pagine si propongono la caratterizzazione preliminare di un fenonemo inedito che ho denominato idioverso o post-realtà. Nell’emergenza di un tale fenomeno riconosco uno dei lasciti più significativi, e verosimilmente più duraturi, dell’evento pandemico.

Nel dettaglio, svilupperò un’argomentazione articolata in tre passaggi a partire dalla presentazione di tre casi concreti: 1) Il caso Capitol Hill ovvero l’epifania dell’idioverso; 2) Il caso “Galassia No Vax” ovvero la realtà dell’idioverso; 3) il caso Metaverso ovvero la profezia dell’idioverso.

1. Il caso Capitol Hill

Com’è ampiamente noto, il 6 gennaio 2020 un gruppo di sostenitori del presidente Donald Trump ha assaltato Washington D.C., capitale degli Stati Uniti, “per contestare il risultato delle elezioni presidenziali del 2020 e sostenere la richiesta di Trump al vicepresidente Mike Pence e al Congresso di rifiutare la proclamazione di Joe Biden alla Casa Bianca”.

Il motore di questa semi-insurrezione incarna un esempio paradigmatico di fake news o post-verità, vale a dire la convinzione di Trump – malgrado il fatto che, come si dice in questi casi, “i numeri parlassero chiaro” – che le elezioni del novembre 2020 fossero state “rubate dai democratici della sinistra radicale”. Anche in virtù del fatto di aver avuto luogo il 6 gennaio, definisco questo evento l’epifania dell’idioverso ovvero una prefigurazione della post-realtà.

Con il termine “idioverso” (idio-verso) intendo riferirmi alla degenerazione dell’idea di multi-verso o pluri-verso (la legittimazione di molteplici visioni della realtà, di differenti approcci e narrazioni di essa), che a sua volta incarna la reazione nei confronti del rischio che l’idea di uni-verso diventi mono-versale. Ossia, universale nel senso deteriore del termine: univoca, oppressiva e intollerante nei riguardi di qualsiasi differenza. In una parola, totalitaria.

La mia ipotesi è che attualmente ci troviamo esposti a un rischio speculare rispetto a quello monoversale. Un pericolo meno evidente, ma forse non meno allarmante. Si tratta del rischio rappresentato dalla perdita completa di un orizzon­te universale, dallo smarrimento di un canone, dal venir meno di una serie di coordinate minime riconosciute e riconoscibili da tutti, sebbene non da tutti nello stesso modo. In sintesi: se da un lato risulta pienamente condivi­sibile il timore che l’uni-versalità degeneri in mono-versalità, dall’altro non andrebbe ignorato il rischio che il pluri-verso degeneri in idio-verso, ovvero nell’idiotismo di una narrazione e visione del mondo che ciascuno costruisce letteralmente a proprio gusto e piacimen­to. O meglio: utilizzando il proprio gusto e piacimento come unico collante e unico vaglio del proprio rapporto con la realtà. Alla base di una tale narrazione/visione del mondo è pertanto rinvenibile un principio che, parafrasando Pirandello, potremmo definire del Così è (se mi pare).

La conseguenza di una simile premessa è che qualsiasi interpretazione della realtà – e, del pari, qualsiasi ricostruzione del passato – diventi ipso facto legittima quanto qualsiasi altra e che perciò, all’interno di questo regime di totale equipollenza (di assoluta in-differenza), ciascuno possa scegliersi quella che preferisce. Qualunque essa sia. Il rischio di questa deriva è l’emergenza di una “Babele 4.0” nella quale ognuno parlerà soltanto la sua propria lingua (il suo dialetto o persino idioletto), quella che gli è più gradita e più comoda; un contesto generale nel quale nessuno sarà più disposto a sforzarsi di costruire una lingua – un terreno – comune preliminare, da condi­videre anche con chi non parli il suo dialetto o condivida la sua fede. Ciò posto, il rapporto di ciascuno con la realtà si troverebbe ridotto interamente a una questione di gusto e in quanto tale risulterebbe inattaccabile, inquestionabile, dal momento che, come recita il detto, de gustibus non disputandum est.

Il Così è (se mi pare) rinvenibile al fon­do di un simile atteggiamento è sua volta espressione di una fondamentale pulsione puerile: un infantilismo radicale, una vera e propria “sindrome di Peter Pan” che tende a orientare il proprio rapporto con il pas­sato – e più in generale con il reale – in funzione del solo principio di piacere, espungendo il più possibile lo scomodo principio di realtà. L’esito finale di questa condotta, laddove divenisse prassi comune, sarebbe nulla meno che il superamento dell’anthropos (l’essere umano in senso generale) in quanto polites (cittadino); la sua eventuale estinzione in quanto zoon politikon, la sua definitiva trasformazione in un idiotes (l’uomo privato) ovvero in quello che Günther Anders definirebbe un “eremita di massa”. Conse­guenza ulteriore di una tale metamorfosi antropologica sarebbe il venir meno della possibilità stessa di una societas e di una polis. L’idioverso è un universo di idiotes: un mondo popolato da idioti nel senso etimologico del termine: ciascuno dotato (armato) del proprio cosmo personale. Un tale universo fungerebbe a sua volta da fondamento di una ontologia a-sociale: un essere-l’uno-con-l’altro in cui si rimane ciascuno per sé. Ironia della sorte, ad attuare una tale ontologia contribuscono in modo decisivo i cosiddetti social networks.

La confusione tra i due piani ontologici – possibilità e realtà – alla base di questo fenomeno ri­schia, tra l’altro, di ampliare a dismisura la dimensione ermeneutica che, non più arginata dal vincolo della realtà fattuale (la quale, per definizione, incarna il limite invalicabile per i nostri desiderata), diventerebbe onnipotente. A quel pun­to essa potrebbe non solo rendere tutto possibile, anche rispetto al passato, ma potrebbe fare di quel possibile un reale alternativo. Non un semplice “avrebbe potuto essere”, ma un “è stato”. Tradotto in termini nietzscheani: questa vis interpretativa straripante trasformerebbe il “così fu” in un “così volli che fosse”. Tuttavia – ed è questo il punto, sta qui il carattere inedito del fenomeno in questione – non in forza del principio dell’amor fati (l’accettazione di ciò che è per come è e si dà) invocato da Nietzsche, quanto di un opposto, paradossale odium fati: il già evocato principio del Così è (se mi pare). A quel punto la nostra in­terpretazione della realtà, dominata da un incontrastato principio di piacere, non sarebbe più una “semplice” ermeneutica (interpretazione), ma diventereb­be demiurgia (creazione o ri-creazione). Questa hybris ermeneutica dareb­be vita a una Babele ontologica, a una proliferazione indefinita dei piani di realtà in cui ognuno sceglierebbe di vivere insieme ai “suoi” all’interno della sfera che gli è più comoda, fino a giungere alla incomunicabilità con le altre sfere. Inutile dire che l’incomunicabilità, il monadismo, cioè la mancanza di reciproco riconoscimento, rappresenta l’anticamera del conflitto. In un simile contesto di insulazione di massa qualsiasi altro è, in quanto tale (in quanto altro), un nemico. La sua semplice alterità/estraneità rappresenta una garanzia sufficiente della sua inimicizia, cioè del mio legittimo diritto a sentirlo nemico. Questa cornice schmittiana, perennemente aperta alla possibilità del conflitto, farebbe dell’idioverso uno “stato di eccezione permanente”.

2. Il caso “Galassia No Vax”

La nostra epoca – paradossalmente, l’epoca della globalizzazione – ci offre numerosi esempi di quanto pericoloso possa essere lo smar­rimento di questa dimensione autenticamente universale ovvero il disconosci­mento del nostro connaturato bisogno di essa. Se “il caso Capitol Hill” può valere come epifania dell’idioverso e prefigurazione della post-realtà, l’evento pandemico ci sta mostrando in tempo reale la concretezza dell’idioverso o meglio la realtà della post-realtà. Se in un caso emergeva l’idioverso in potenza, qui lo si può cogliere in atto.

La diffusa refrattarietà verso qualsiasi narrazione “universale” (ufficiale), nella quale molti – in modo particolare le avanguardie della quantomai eterogenea “galassia No Vax” – vedono aprioristicamente una menzogna e un inganno, lascia spazio alla produzione di narrazio­ni ed eziologie alternative che, sebbene dotate di basi logiche, scientifiche, razionali… oltremodo fragili, possiedono il sottile fascino della seduzione. Queste narrazioni eterodosse ci blandiscono, assecondando fino al compiaci­mento i nostri bisogni umani troppo umani. Esse ci dicono ciò che vorremmo sentirci dire e a molti basta questo per renderle plausibili o persino vere. Più vere della verità stessa. Even better than the real thing.

La seduzione si trasforma in convincimento, la rettorica si fa persuasione. Qui vale la regola del “se voglio (desidero, preferisco, ho bisogno…) che sia così, allora è così”. Una visione della realtà tiranneggiata dal principio di piacere; da cui, come detto, il suo carattere intrinsecamente puerile, infantile. Alla base del monadismo di massa è rinvenibile un narcisismo di massa, che non troverei peregrino caratterizzare nei termini di una “pandemia spirituale in corso”. Invero, più che di narcisismo bisognerebbe parlare di bovarysmo di massa. Quello che Flaubert diceva della sua eroina (“madame Bovary c’est moi”), infatti, oggi potrebbe dirlo quasi chiunque. Su questi assunti si fondano le diverse forme di negazionismo stando alle quali la pandemia da COVID-19 sarebbe, tutt’al più, una infodemia: un virus informazionale, comunicativo, una macchinazione fabbricata ad arte da chissà quale occulto potere per perseguire chissà quale inconfessabile scopo. In casi del genere l’idiotismo universalizzato si fa idiozia globale.

L’applicazione indiscriminata del principio del Così è (se mi pare), interpretato e rivendicato come se si trattasse di un emergente nuovo diritto inalienabile, muove dalla convin­zione di potersi legittimamente costruire e abitare la propria personale visione e versione delle cose. Di fabbricarsi in casa la (propria) verità. Dal punto di vista teorico, l’architrave di un simile dispositivo potrebbe essere descritto come segue. L’esasperazione del prospettivismo ermeneutico (il relativismo estremo, la critica ipertrofica) sfocia nel nichilismo aletico (la post-verità, il rifiuto di ciò che è), a sua volta prodromo di un performativismo ontologi­co (la post-realtà ovvero, la creazione di uno stato di cose alternativo, l’instaurarsi del dogma del “voglio che sia così”). In una formula: l’esito naturale della post-verità è l’istituzio­ne di una post-realtà. Dietro lo “a ciascuno il suo vero” si cela lo spettro dell’“a ciascuno il suo reale”. Osservato in queste sue prime manifestazioni concrete, il post-reale si caratterizza come una sorta di incarnazione della surrealtà: post-reale è il sur-reale, che nella forma di un iper-reale (vale a dire: qualcosa che si dimostra non solo “altro”, bensì “più” vero della verità e “più” reale della realtà), scalza la realtà quanto a concretezza ed evidenza.

 Dal canto suo, una tale post-realtà corrisponderebbe, in tutto e per tutto, a ciò che ho definito idioverso: il mio mondo personale. Il mio cosmo prêt-à-porter. L’evoluzione naturale del self-made man sembra perciò implicare l’edificazione di un by myself-made world.

Per rendere il discorso meno astruso, metto alla prova il dispositivo appena enunciato applicandolo al primo caso menzionato. Agli occhi di Trump, la frustrazione per la sconfitta elettorale rappresenta un motivo sufficiente per rifiutare la realtà ovvero per ritenere (forse addirittura in “buona fede”) che le elezioni fossero truccate. Quella frustrazione, la sua insopportabilità, diventa il surrogato patico di un argomento logico. A dire che la sua intensità emotiva sostituisce, anzi espunge, sfratta, il discorso razionale (cioè, l’umano bisogno di esso) e si trasforma nella “prova schiacciante” del fatto di essere stato vittima di una ingiustizia. Un’ingiustizia tale da doversi correggere a qualsiasi costo. Anche al prezzo di un atto eversivo. Di nuovo Nietzsche, stavolta nella veste di psicologo della morale, ci offre le parole per spiegare questo meccanismo: “io soffro: qualcuno deve averne la colpa”. A fungere da cassazione, da ultimo grado di giudizio per il nostro rapporto con la realtà, non è più il tradizionale “tribunale della ragione”, bensì quello delle emozioni.

3. Il caso Metaverso

A chiusura di questa prima e preliminare caratterizzazione di un fenomeno inedito, dopo aver mostrato l’epifania e la realtà dell’idioverso, farò cenno a un caso che vale come profezia dell’idioverso ovvero che mostra la post-realtà come utopia.

Lo scorso 28 ottobre Mark Zuckerberg ha annunciato la nascita del Metaverso (Metaverse oppure Meta): l’“evoluzione naturale” di facebook. Si tratta del progetto di graduale fusione dei diversi tasselli (piattaforme) digitali a formare un ordito coerente e compatto; una trama compiuta, autonoma che si propone come riverbero, specchio, alternativa (surrogato?) della realtà materiale. Nella mente del suo ispiratore, un vero e proprio cosmo digitale. La tecnosfera, il tecnocosmo non più come metafore, ma come realtà di fatto.

È relativamente noto che questo termine sia stato coniato nel 1992 dallo scrittore americano Neal Stephenson, nel suo romanzo Snow Crash: un classico del genere cyberpunk. Detto per inciso, quelle stesse pagine partoriscono un altro termine destinato a una notevole fortuna: “avatar”. Questa la definizione di “metaverso” all’interno del romanzo: “Hiro non è affatto lì dove si trova, bensì in un universo generato dal computer che la macchina sta disegnando sui suoi occhialoni e pompando negli auricolari. Nel gergo del settore, questo luogo immaginario viene chiamato Metaverso. Hiro trascorre molto tempo nel Metaverso. Lo aiuta a dimenticare la vita di merda del D-Posit.” Dal canto suo, lo “snow crash” che dà il titolo al romanzo indica un “metavirus”: un virus informatico che all’interno del metaverso si trasforma (si incarna) in una concreta malattia mortale. Potenzialmente, una cyber-pandemia e dunque, verosimilmente, un lavoro da cyber-virologi.

Nei ringraziamenti posti a chiusura del libro, l’autore fornisce alcuni chiarimenti circa la genesi di questo neologismo. “L’idea di una ‘realtà virtuale’ come quella del Metaverso”, scrive Stephenson, “è attualmente diffusissima nella comunità della computer-graphics e viene messa in pratica in molti modi diversi Le parole ‘avatar’ (nell’accezione qui utilizzata) e ‘Metaverso’ le ho inventate dopo aver deciso che l’uso dei termini disponibili (come “realtà virtuale”) era del tutto inopportuno.” E aggiunge: “Nella definizione della struttura del Metaverso, sono stato influenzato da Human Interface Guidelines della Apple – un libro che illustra la filosofia su cui si basa il Macintosh.”

A quasi trent’anni dal conio lessicale di Stephenson, Zuckerberg utilizza il termine “metaverso” per spiegare (per vendere) una visione del futuro che, malgrado il suo entusiasmo, somiglia a una allucinazione di massa, a un monadismo generalizzato che richiama sinistramente la Società dello spettacolo descritta da Guy Debord o il Videodrome immaginato da David Croneneberg.

L’atto di denuncia formalizzato nel 1967 dal padre dei situazionisti (secondo il quale la “forma spettacolo” rappresenterebbe una sorta di entelechia dell’alienazione umana, il culmine di un inesorabile processo di separazione anzitutto dell’essere umano dalla propria umanità) e la distopia massmediatica narrata da Cronenberg nel 1983 (la nascita di Videodrome annuncia una sorta di palingenesi, una tecno-escatologia in cui alla “resurrezione dei corpi” si sostituisce l’avvento della “nuova carne”) vengono ora annunciate come la nuova utopia. Quella dell’esistenza stessa ridotta a gadget o a device.

Al fondo di questa nuova “visione” si scorge qualcosa come un’antropologia neo-cartesiana, la quale ripristina, aggiornandolo, il dualismo (e la gerarchia) tra res cogitans e res extensa. La nostra essenza in quanto esseri umani è res cogitans, ossia un’anima (un cogito) che in questa versione updated corrisponderebbe alla nostra “digitalizzabilità”: a ciò che di noi può essere trasposto e traslato (trasfigurato) in veste digitale. Per contro, il corpo torna a essere uno strumento e un mezzo: qualcosa di importante e tuttavia di non indispensabile (essenziale) a caratterizzarci in quanto esseri umani. Vale a dire: qualcosa di cui, in linea di principio, potremmo (dovremmo?) anche fare a meno. Questo neo-cartesianesimo antropologico – nel quale non è difficile cogliere eco dell’ideologia postumanista – innesca un contromovimento, una involuzione, rispetto a quella evoluzione dell’idea del corpo da Körper (il corpo che si ha) a Leib (il corpo che si è) che ha segnato l’avvento di una vera modernità antropologica. Grazie alla nostra completa traslazione/surrogazione digitale promessa dal metaverso, il corpo vivente torna a farsi corpo oggetto. Più precisamente, esso patisce una sorta di reificazione trans-oggettuale, nel senso che la sua accidentalizzazione (inessenzialità) non avviene più in forma di oggetto, bensì di device o medium. Il corpo si fa hardware in riferimento a un presunto software: la nostra essenza in quanto cogito digitali. Dopo più di duemila anni ricompare l’equazione fra sema e soma, torna in auge la massima gnostico-platonica del “corpo prigione dell’anima”, che nella sua versione aggiornata suona: “il device corporeo prigione dell’anima digitale”.

Ma torniamo all’utopia/profezia zuckerbergiana, ben lungi da certe compiaciute elucubrazioni teoretiche e – ahinoi – molto più con i piedi piantati per terra, come deve esserlo ogni sogno di un uomo d’affari degno di questo nome. Ebbene, l’incubo di una cornice globalizzata all’interno della quale potremmo finalmente “essere tutti insieme rimanendo ognuno per conto proprio” – alone together, come recita il titolo di un libro di Sherry Turkle – viene raccontata (venduta) come la prossima meta da raggiungere, come il prossimo sogno da sognare. Quello della gioiosa costruzione della nostra “antiquatezza” in quanto esseri umani (per dirla con Anders), della compiaciuta realizzazione dell’(auto)disincanto dell’essere umano (parafrasando la celebre formula weberiana).

A proposito della realtà che supera la fantasia, personalmente ritengo che più che il malcapitato Hiro partorito dalla vena di Stephenson, “Citizen Trump” e “Citizen Zuckerberg” rappresentino due perfetti abitatori, addirittura due cittadini onarari, dell’idioverso. Le persone giuste per farci strada in questo brand-new world, visto che entrambi hanno dimostrato e dimostrano sul campo di possedere un già solido senso post-reale della realtà.

Note

A scanso di equivoci e di suscettibilità. Non è mia intenzione accorpare in un monolito le differenti, anche molto differenti, espressioni della contestazione nei confronti del governo politico della pandemia. Semplicemente, tali differenze non sono funzionali al tema che sto affrontando in questa occasione, per cui mi permetto di trascurarle, riferendomi in modo più generico alle “avanguardie della galassia No Vax”.

 Non è il caso di aprire un fronte tematico ulteriore, tuttavia va almeno menzionato il fatto che con il concetto di “wetware” il tecnocosmo digitale ha già immaginato una nuova forma di sintesi tra la sfera materiale e quella digitale.

CONDIVIDI SU:
Tags:
X